madre

il ruolo di madre, oggi

Nasciamo, cresciamo, ci formiamo in questa società. Siamo qui, ora, ognuna con il proprio bagaglio emozionale, con la propria famiglia, con i propri traumi, con il proprio coraggio, con la propria forza. Cogliamo gli insegnamenti che giungono, in primis, dalla famiglia, dalle istituzioni scolastiche, dagli esempi che scegliamo di seguire e, successivamente, ricerchiamo ciò che più ci corrisponde, ciò che vorremmo essere, ciò che vorremmo che sia. In una ricerca continua, per migliorare, per evolvere, per vivere serenamente questa vita, qui e ora.  

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Ricercando, a un certo punto del cammino, ci rendiamo conto che qualcosa non quadra in questa visione, in questo mondo: manca tutto ciò che riguarda il femminile, nella vita, nella terra. Manca quell’equilibrio che si raggiungerebbe con un sano femminile, caratterizzato da amore, accoglienza, intuizione per amalgamarlo con un sano maschile attivo, attuativo. E nel nostro ruolo di donne ci ritroviamo spesso immerse in una vita che non corrisponde a ciò che vorremmo e il senso di insoddisfazione ci pervade. 

In ambito lavorativo, troppo spesso, siamo costrette a dimostrare di valere in maniera tenacemente dura e molti ambienti lavorativi diventano un mezzo di dimostrazione del proprio valore, a discapito di altre donne, a discapito di noi stesse, del nostro femminile. Cresciamo danzando vestite di rosa confetto ricercando il principe perfetto che ci condurrà attraverso i sentieri della vita sul suo immacolato cavallo bianco ma, scontrandoci con la realtà (e con un uomo che, molto spesso, è alla ricerca del suo cavallo/ruolo perduto) ci perdiamo da sole nel cammino senza, spesso, ritrovare l’uscita dal labirinto. 

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E infine, i figli. Giungono, doni di vita che si perpetua, miracoli della creazione e riempiono la nostra vita in maniera totale. Nessuno ci insegna nulla sulla maternità, sulle sue gioie, sulle sue felicità, sulle sue tragedie e sui suoi dolori. Como nessuno ci insegna che, un tempo, la versione di un Dio con la barba bianca che dimora nel cielo coronato da schiere di angeli e cherubini, lontano e irraggiungibile, non esisteva. Nessuno ci insegna che un tempo lontano esisteva la Grande Dea (solo il fatto di nominarla ci si rende conto del tabù immenso che racchiudono queste due parole – come se le fiamme dell’inferno inculcate nella nostra anima attraverso i secoli fossero pronte a inghiottirci per blasfemia) di cui la Grande Madre è un aspetto.
Secondo Jung l’archetipo della Grande Madre è: «La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile»

Nessuno ci insegna che il ruolo di madre porta un bagaglio così grande: un archetipo che vive nella collettività da secoli fatto di amore, nutrimento, distruzione, tenebra, rigenerazione e di cui noi donne nulla sappiamo. E che si presenta a noi, con un impatto scioccante, con l’essere madre.  Vivere questo aspetto oscuro, lo stesso peraltro che si presenta nella ciclicità delle mestruazioni, conoscerlo, ci aiuta a comprendere ciò che siamo. Perché noi siamo tutto questo, rispecchiando il dualismo della vita in cui luce e oscurità si alternano. Portare luce nei nostri lati più bui, di cui tutti abbiamo timore, aiuta ad accettarli. Per accettare noi stesse: donne, cicliche, complesse,  madri amorevoli e tempestose.

Siamo tutte in cammino.
Adriana De Caro & Tenda della Luna Rossa

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