la Grande Dea

Spesso il rapporto tra donne risulta difficile: gelosie, soprusi, pettegolezzi degni delle più antiche e sempre attuali favole in cui “streghe” e malvagie prendono il sopravvento.
In realtà streghe e fate appartengono al dualismo della vita e fanno parte della stessa medaglia: archetipi antichi collegati a noi donne. Ci appartengono entrambi.
Le difficoltà sorgono quando le parti perdono il loro equilibrio, quando maschile e femminile sono in disequilibrio. E allora la rabbia sorge potente nei confronti del femminile che si pone davanti a noi, come uno specchio che riflette un’immagine distorta.

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L’antica sorellanza che ci accomunava è stata rimpiazzata da un senso di inimicizia velato, una sottile gelosia verso l’altra. Le donne tendono a guardarsi con occhi maschili, studiando i loro corpi, i modi d’essere, le vite reciprocamente.

Nel mondo sempre più persone si stanno rendendo conto che questo modo di vivere risulta squilibrato.
Lo sfruttamento che si sta perpetrando su tutto ciò che ci circonda sta portando verso il termine della vita in ogni sua forma. Sfruttamento terreno e sfruttamento della nostra anima.
Il bisogno di cambiamento, la sensazione di velato malessere sta risvegliando molte anime nel mondo che si rendono conto che la via da percorrere deve essere un’altra. Questa attuale porta solamente malessere e distruzione.

Vige un urgente bisogno intenso di ritrovare quel lato femminile (appartenente sia alle donne che agli uomini) che, attraverso lo squilibrio che si attua da secoli, si è indebolito tanto da portare a comportamenti che risultano distruttivi per il pianeta e per ogni cosa a lui collegata.
Il bisogno di ritrovare la storia antica ci pervade e l’eco della sua narrazione giace sopito nei nostri cuori.

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E’ questo lo scopo che mi prefiggo.
Far risuonare alta e forte la storia lontana che ci accompagna da sempre e di cui siamo stati inconsapevoli per troppo lungo tempo. Riportare nei cuori di ognuno la consapevolezza di un nuovo mondo possibile. Dentro e fuori di noi.

Ma che cosa è la Dea? E’ esistita veramente?
La nostra immagine di Dio è visualizzata con caratteristiche maschili ma non fu sempre così. Siamo cresciute improntate su una visione maschile del Dio e per chi, come me, appartiene alla religione cattolica cristiana il sesso è uno dei più grandi tabù creati dall’uomo.

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Per migliaia di anni la sessualità delle donne è stata negata e in tempi non così lontani condannata come demoniaca. Il clitoride era definito un organo rudimentale, definito ulteriormente da Freud come un organo maschile non sviluppato (da sottolineare che gli uomini non pensano sicuramente al pene come un clitoride originario).
La sessualità femminile spaventa e, come sottolineano Barbara Mor e Monica Sjoo, il clitoride femminile è l’unico organo nel corpo umano preposto esclusivamente alla stimolazione erotica. Significa che per le donne, uniche in tutte le forme di vita, sessualità e riproduzione sono separabili, mentre il pene è legato all’erotismo e alla procreazione.

Da tempo immemore l’uomo ha creduto in esseri divini che crearono il mondo: cosmogonia e divinità si si sono fuse, intersecandosi, portando fino a noi svariati esempi.

Prima, prima delle religioni di chiara impronta patriarcale, in tempi antichi che chiamiamo preistoria, nel mondo regnava il credo e l’amore verso la Grande Dea.
Una Dea Madre creatrice di tutto, una Grande Dea partenogenetica (che si autogenera), generatrice di vita e portatrice di morte, regina del cielo, della terra, di ogni forma vivente e da cui presero origine tutte le altre deità.

Poche parole sono rivelatrici del pregiudizio sessuale maschile come la parola Dea, in contrasto con il vocabolo Dio. Ma segni, simboli e immagini pittoriche di Divinità femminile sono stati ampiamente portati alla luce, ricostruendo uno scenario preistorico in cui l’umanità comprendeva la bellezza e l’armonia della Creazione, vivendo in perfetta armonia con essa. 

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Una cultura per millenni pacifica, legata ai cicli della terra, con una struttura sociale egualitaria e matrilineare – di discendenza uterina, in cui un persona appartiene allo stesso gruppo di discendenza della propria madre –  con un simbolismo religioso connesso al femminile.

Sono stati identificati dei modelli comuni ripetuti nella cultura dell’Europa Antica pre-indoeuropea e attraverso studi specifici sui manufatti ritrovati,  intersecati con  mitologia, linguistica, folclore, etnografia storica (una disciplina denominata dalla studiosa Marija Gimbutas archeomitologia) si è rivelata a noi una profonda religione che accomunava i popoli, una religione di una stessa Dea.

Il loro universo sacro si esprime attraverso i cicli naturali di fertilità, nascita, morte e rigenerazione. Un’antica civiltà che non conosce l’uso delle armi pur avendo sviluppato la metallurgia, con una concezione del tempo ciclica e non lineare.

La Grande Dea si incarnava simbolicamente esprimendo l’interminabile ciclo di nascita, sviluppo, maturità, morte e rigenerazione che caratterizza vita umana e cosmo. Il femminile risulta quindi un necessario elemento mediatore fra il mondo umano e quello divino.

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La Dea simbolizzava la vita e la fertilità delle donne e della terra, adorata attraverso le epoche e le culture attraverso diverse caratteristiche. E le caratteristiche di una madre, specchio dell’essenza del dualismo della vita, non sono solamente benevole.
In molti culti la Dea legata alla natura non è una Madre Terra che alimenta ma viene rappresentata come implacabile, vendicativa, esigente.

L’archetipo della Grande Madre, nelle parole di Jung:  «La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile».

Secondo l’antropologa Karen Armstrong, i nuovi miti del Neolitico obbligarono la gente ad affrontare la realtà della morte. La Dea Madre non era dolce, consolatrice, amorevole ma si rapportava con impeto, forza, distruzione attraverso l’agricoltura in costante battaglia, una lotta disperata contro la sterilità, la fame, la forza immensa della natura, manifestazione del potere sacro.

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A partire dal V millennio A.C., ha inizio la prima ondata di popoli indoeuropei provenienti dal bacino del Volga, nel sud della Russia, definiti dalla Gimbutas cultura Kurgan (dal russo “tumulo”, perché i morti venivano sepolti in tumuli circolari), la cui struttura sociale è gerarchica, patriarcale, patrilineare e guerriera.
Sono popolazioni semi-nomadi, possiedono armi letali (arco e freccia, lancia e daga) e cavalli addomesticati. In varie ondate, nel corso dei millenni, avviene l’ibridazione dell’antica cultura europea, sedentaria, pacifica, gilanica (termine proposto da Riane Eisler per le strutture sociali in cui c’è uguaglianza tra i sessi, gy-, da gynè, donna e an- da aner, uomo ed L come legame tra le due metà dell’umanità) che termina tra il 4300 e il 2800 a.C. con la sua trasformazione da matrilineare a patrilineare e androcratica – il termine include l’esercizio del potere maschile non condiviso con la donna e con essa stessa quale soggetto subordinato.

Nel corso del tempo, con l’esplosione demografica dovuta alle origini dell’agricoltura e alla conseguente crescita di complessità delle culture, le “competenze” della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. C’era una volta un universo ricco di sacralità, al cui centro viveva lei.
I suoi figli erano tutta l’umanità e ogni forma di vita naturale. Tutto era interconnesso armoniosamente intessuto in una tela cosmica, intrecciata dalla amore e dalla vita e ogni essere partecipava alla tessitura della tela, alla santità della fonte originaria.

Siamo qui, ora, perché abbiamo la consapevolezza di intessere nuovamente la tela.
Noi possiamo riprendere il filo eterno che ci unisce gli uni con gli altri, in connessione con il creato.

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Secondo Karen Armstrong la Madre Terra è stata convertita in un simbolo dell’eroismo femminino, rappresentando un mito che narra di equilibrio ed armonia ristabiliti.
Immaginate la grande forza che sprigionerebbe questo immenso potere femminile di amore, di accoglienza, di forza, di dono, contrapposto al disequilibrio odierno del predominante maschile che attua amplificando le sue caratteristiche. Forza, potenza, azione sono qualità indispensabili nella vita dell’essere ma devono essere in equilibrio con le qualità del femminile: in questo modo la forza non diventa prevaricazione, la potenza non diventa distruzione e l’azione non diventa guerra.

Vuoi prendere spunto? Cita il sito della tenda della Luna Rossa per crescere insieme. Grazie! Adriana De Caro

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